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Il primo editoriale di Kairos TV

È sempre l’occasione giusta per cambiare la realtà.

L’informazione è il campo di battaglia che contrappone due storie, due modi diversi di intendere il tempo. Una è la storia dell’occidente, delle conquiste rinascimentali e illuministiche che hanno dato vita al concetto di diritto umano.

L’altra storia, iniziata nel secondo dopoguerra, è la corsa nevrotica di gruppi elitari che hanno una precisa e avanzata idea di società ed economia, e che oggi, nel 2020, sono a un passo dal portare a termine. Per loro società è economia: l’essere umano consuma merci e produce informazioni, diventando esso stesso merce di consumo. Non soltanto le sue preferenze, ma persino le sue idee e le sue emozioni diventano nuova fonte di sfruttamento.

Oggi, in un mondo in cui l’informazione è tanto veloce quanto caotica, per poter comprendere le interconnessioni tra gli eventi e coglierne l’eventuale sviluppo futuro è necessaria una visione d’insieme. Il mondo multipolare ha bisogno di persone argute e libere da schemi mentali inevitabilmente creati da posizioni radicali, che sappiano percepire la complessità.

A queste due storie che vivono oggi il loro massimo livello di scontro, dove in ballo c’è il più importante lascito umanista, la Democrazia, noi replichiamo con una narrazione diversa, la narrazione dell’attimo, il kairòs. Ciò che vogliamo offrirvi è un cambio di prospettiva.

Così come ci sono proposti, gli eventi, nella loro linearità consequenziale, ci travolgono e ci fanno sentire indifesi ed incapaci di agire; ma se si guarda dal punto di vista dell’attimo, si comprende come ogni evento porta con sé un problema come un’opportunità, l’opportunità che dobbiamo cogliere, per poter tornare ad agire come cittadini ed esseri umani liberi.

La nostra storia inizia da delle domande, a cui cercheremo di rispondere insieme, domande che una società civile non può evitare di porsi in tempi come questi.

Prossimamente su questo canale il reportage “Il silenzio assordante delle rivolte americane”

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È nata Kairòs TV

Il Kairòs, nell’interpretazione di Sgmn’fo

Non è più possibile non schierarsi. Il neo-liberalismo è uscito allo scoperto, ha violentato la costituzione, dimezzato il parlamento e imposto un’emergenza sanitaria scriteriata e terroristica e finalmente, dopo settantasette anni, sta tornando il fascismo. Dovremmo far finta di niente, e mandare avanti il business? Dovremmo adeguarci e aspettare l’occasione per perseguire il nostro interesse materiale? No. Dobbiamo combattere. D’altronde, non siamo mai stati venditori di chiacchiere per bookstagrammer o intellettualoidi di provincia. Noi siamo editori.

Il primo dogma del marketing è non schierarsi politicamente, perché questo allontanerà inevitabilmente dal tuo brand chi non la pensa come te. Ebbene, a quasi due anni dalla sua fondazione, Bagarì Edizioni può affermare con certezza una sola cosa: noi non siamo un brand. Noi siamo nati dalla militanza artistica e politica, dal voler fare della vita una filosofia. E se questo non ti piace, puoi anche toglierci il like.

Oggi abbiamo un privilegio che i nostri padri non hanno avuto. Il sistema ha sferrato un attacco deciso e generalizzato, il frutto di quasi un secolo di preparazione. L’esigenza dei gruppi di potere è quella di portare a compimento l’invasione capitalistica di tutti gli aspetti della vita umana. Foucault e Gramsci ci avevano avvertiti: l’obiettivo è il governo del bios, rendere controllabili da parte dell’élite tutti i meccanismi sociali e biologici che regolano la vita dell’uomo in quanto corpo – cibo, salute – e anima – sentimenti, attività cerebrale. Ma chi attacca non può evitare di scoprire il fianco, di dare l’opportunità alla vittima di colpire a sua volta. Opportunità, in greco antico, è Kairòs.

Se queste parole ti suscitano ilarità, sappi che è una risata nervosa; se ti suscitano fastidio e irritazione, sappi che è perché non vuoi accettare la realtà. Come mai non ridi quando ti dicono di indossare la mascherina all’aperto? E per quale ragione non ti suscita irritazione e fastidio il gran numero di pediatri e insegnanti che traumatizza a vita bambini delle elementari, peraltro i meno cagionevoli della malattia? Te lo diciamo noi: non ridi e non ti indigni perché hai paura delle conseguenze sociali, economiche e legali che te ne deriverebbero. È proprio quello che sentivano i nostri nonni che accettavano la tessera del fascismo.

La paura è figlia dell’ignoranza, ed è proprio questa che Kairòs TV, canale YouTube, sito internet e account social disponibili dal 15 ottobre, ti aiuterà a superare. Ci chiederemo insieme tutto ciò che da solo non hai il coraggio di chiederti, ti daremo la possibilità di partecipare alle nostre indagini.

Kairòs sarà un canale di inchieste, di approfondimento storico, geo-politico, filosofico e sociale.

  • Noi non siamo schiavi. La democrazia c’è ancora, ed è il massimo baluardo da difendere.
  • Noi non siamo impotenti. Ogni mossa dei gruppi elitari che ci stanno attaccando nasconde varie debolezze che scopriremo essere proprio i nostri punti di forza.
  • Le élites non sono un blocco unitario e sempre coerente. Hanno le loro faide interne e interessi divergenti. Abbandoniamo tutte le visioni complottiste e pseudo-massoniche.

Nel prossimo articolo vi presenteremo cos’è il Kairòs, e chi sono i collaboratori del progetto.

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Palumbo legge Magma

Dalla finestra non si vede il mare

non c’è sole né colori

solo lividi chiarori.

Occhi di bambini

violentati dalla vita

già adulti

contrabbandati in una via

colorata di tabacco

poi di morte.

Nell’aria non c’è il sapore del mare

solo odore di ghetto

che brucia l’asfalto.

Il tempo bloccato

di giovani donne

spose troppo presto

produce ritmi afro-brasiliani

che attraversano gli uomini

rubandogli la dignità

saccheggiandogli l’anima

e il mare è solo un ricordo

Vuoi leggere Magma? Clicca qui

https://bagariedizioni.com/prodotto/magma/

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“Il Fuoco, l’Acqua e Napoli in mezzo”. Napoli e i napoletani: vizi e virtù visti con gli occhi del tedesco Ruprecht Günther

Tra i tanti luoghi comuni legati alla città di Napoli ce ne sono alcuni che, nonostante tutto, hanno una certa aderenza alla realtà, seppure nel tempo ne siano diventati una grottesca stortura. 

Senza dubbio rientra in questa categoria l’ormai diffusa immagine di Napoli che la descrive come una città che si ama e si odia allo stesso tempo, a tal punto pregna di contraddizioni da risultare quasi ossimorica. 

Come ogni luogo comune, però, anche questa definizione risulta riduttiva e superficiale ed è proprio da questo assunto che, nel tentativo di approfondire la conoscenza della città di Partenope e delle sue contraddizioni, nasce dalla penna e dall’obiettivo di Ruprecht Günther “Il Fuoco, l’Acqua e Napoli in mezzo. Itinerario visivo-spirituale nell’umanità che arrangia la vita tra il mare e il vulcano” (Napoli, Bagarì Edizioni, 2019).

L’assurdo quotidiano della vita di Napoli

“Il Fuoco, l’Acqua e Napoli in mezzo” è, a tutti gli effetti, un viaggio per le strade del centro storico e di talune periferie in cui la città sul Golfo viene descritta attraverso una serie di dettagli che passano spesso in secondo grado, ma che sono più evidenti agli occhi ed alle orecchie di chi non li vive quotidianamente rispetto a chi vi è immerso sin dalla nascita. 

Dai rumori crepitanti dei motorini, passando per le edicole votive e le feste di quartiere, Günther riesce a restituire ai suoi lettori uno spaccato della Napoli più popolare con la semplice descrizione di aspetti e momenti particolari della vita dei singoli cittadini. 

Proprio partendo da questi, l’autore riesce ad analizzare l’indole propria del popolo napoletano, allegoricamente rappresentata dal fuoco del vulcano che brucia sotto la pelle di ogni singolo abitante. Quello stesso fuoco che arde alimentato dal desiderio di vivere e fa sì che impegni, problemi ed obiettivi vengano spesso offuscati dalla smisurata attenzione data al presente, dalla smania irrefrenabile di godere della propria vita, privando il futuro ed il passato di qualsiasi importanza. 

Una brama di vivere tale da spingere l’autore ad affermare che: “L’avidità per la vita e la consapevolezza della propria transitorietà sono due facce della stessa medaglia, ecco perché vogliono tutto. All’istante.”

Davanti e dietro la maschera

Ma esattamente come Napoli è divisa sin dalle sue origini tra il Vesuvio, simbolo di fertilità e precarietà, perfetta metafora di vita e morte allo stesso tempo, ed il mare, insieme simbolo di pericolo, di speranza e possibilità infinite, lo stesso accade al suo popolo, costretto dalla storia e dalle circostanze a vivere in questo continuo gioco di luci ed ombre. 

I racconti di Rosaria, l’amica dell’autore da cui provengono i vari aneddoti presenti nel libro, permettono di cogliere fin nel profondo questa condizione di dualismo. 

Questo libro di foto e di racconti non è una semplice distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato, quanto piuttosto la descrizione di una vera e propria condizione di esistenza perennemente in bilico tra due facce della stessa realtà. 

Due facce che ricordano, neanche a dirlo, le due personalità di Pulcinella, personaggio della tradizione che incarna a pieno questa antinomia. Da un lato abbiamo la sua maschera, irriverente, arguta ed ironica, dall’altro il volto dietro la maschera, disilluso e sofferente per la condizione in cui è costretto e dalla quale non può liberarsi.

Il mondo alla rovescia

In questa condizione anche l’etica e la morale, in un certo senso, assumono connotazioni impensabili altrove, creando codici di comportamento validi in situazioni normalmente prive di qualsiasi forma di etica o morale. 

Ruprecht Günther fa sì che dalle immagini e dai racconti del volume emerga forte l’idea che Napoli ed i napoletani non siano di per sé contraddittori, ma che vivano piuttosto una condizione di alterità tale da ribaltare il normale ordine di valori e creare un posto in cui lo spazio ed il tempo vengono percepiti diversamente. 

Un luogo unico in cui la vita è in un limbo tra l’ironia che permette di affrontarla e la sofferenza per la propria, immutabile, condizione.

Il fuoco, l’acqua e Napoli in mezzo, appunto.

Vuoi leggere “Il Fuoco, l’Acqua e Napoli in mezzo”? Clicca qui

https://bagariedizioni.com/prodotto/il-fuoco-lacqua-e-napoli-in-mezzo-itinerario-visivo-spirituale-nellumanita-che-arrangia-la-vita-tra-il-mare-e-il-vulcano/

Alfonso Di Maio testo, Ruprecht Günther foto

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PHULA: libro multisensoriale per l’illuminazione

Le giovanissime autrici di “Phula” Eleonora Castagna e Michela Citro

Nella massa eterogenea di immagini che ogni giorno riempie i nostri smartphone, la bacheca dei nostri social e più in generale la nostra vita, è possibile trovare un massimo comune denominatore, una caratteristica condivisa che accomuna in maniera indissolubile tutti i contenuti visivi. Tale caratteristica consiste nella determinatezza del loro significato.

La sterilità delle immagini quotidiane

Dinanzi ad una fotografia, ad un’immagine di satira, alla scena di un film o di un documentario, la nostra mente infatti assume il ruolo passivo di recettore, dando per certo che il significato di quanto si presenta agli occhi sia quello più immediato ed evidente, lasciando così l’interpretazione e la riflessione al margine del processo cognitivo. La determinatezza propria delle immagini, difatti, si traduce in una vera e propria sterilità e affida un ruolo puramente marginale all’intero processo di astrazione della mente, rendendo la capacità individuale di interpretazione ed elaborazione dei contenuti un mero esercizio di pensiero. Sicuramente un ruolo significativo nell’evoluzione di una simile tendenza è ascrivibile al progresso scientifico, allo sviluppo di tecnologie e tecniche che lasciano, nell’ambito delle rappresentazioni digitali e non, sempre minor spazio all’immaginazione. 

Basti pensare alla differenza tra un film muto di Charlie Chaplin, spesso ambiguo ed enigmatico, ed i moderni blockbuster prodotti in 4K, oppure alla distanza che intercorre tra una fotografia stampata in bianco e nero, soggetta quindi all’usura ed all’invecchiamento, e ad una moderna istantanea in digitale scattata con fotocamera da 12 megapixel. Si può dunque affermare senza reticenze che la sempre maggiore aderenza alla realtà dei contenuti visivi, possibile solo grazie al progresso scientifico, abbia accentuato l’atrofia del processo interpretativo.

La difficoltà d’interpretazione

La povertà dei processi interpretativi, però, non può essere considerata un problema circoscritto al solo ambito teorico e culturale, bensì va inteso come un fenomeno che ha conseguenze evidenti nel nostro modo di intendere soprattutto la quotidianità. Ogni giorno, infatti, entriamo necessariamente in contatto con una miriade di contenuti visivi dei quali, per gran parte, ignoriamo o diamo per scontato il reale significato. Un semplice esempio può essere costituito dal logo Amazon, logo conosciutissimo ed ormai sdoganato in tutto il mondo. Questi è composto dal nome della multinazionale e da una freccia sottostante che collega la lettera A alla lettera Z, ad indicare la vasta gamma di prodotti reperibili sul sito. Un’idea semplice ed efficace, ma altrettanto impossibile da comprendere se non mediante l’analisi e l’interpretazione del logo stesso, motivo per cui questa peculiarità è ignorata anche da gran parte dei fruitori abituali del servizio di commercio elettronico. Alla base di questa scarsa attenzione data al reale significato di un’immagine, alberga la convinzione che il suo significato sia completamente esaurito nell’immagine stessa, una convinzione accentuata, e in parte causata, dalla sterilità delle immagini quotidiane di cui sopra. Questa convinzione limita la comprensione e la ricerca dei significati che non siano evidenti ed universalmente accettati, e si traduce nell’incapacità di analizzare le immagini laddove invece queste lo richiedono, che si tratti di un semplice logo o di un’opera di arte moderna.

L’interpretazione che alimenta il pensiero critico

In un simile contesto di sterilità di significati e di difficoltà interpretative, porre l’accento su immagini prive di un significato inequivocabile e proporle al pubblico significa creare un terreno fertile in cui coltivare tutte le possibili sfaccettature dell’analisi e dell’interpretazione soggettiva. Phula muove da queste premesse, e si pone il compito di fornire, a chi volesse sfogliarne le pagine, solo ed esclusivamente gli strumenti necessari alla decifrazione delle singole immagini, senza alcun tipo di suggerimento che possa anche solo accennare ad una loro valenza monosemica ed universale, lasciando così l’interpretazione del reale significato alle sole deduzioni soggettive. Un esercizio che risulta di fondamentale importanza nel periodo storico che stiamo vivendo, caratterizzato da fenomeni mai affrontati nel passato e che, per questo, necessitano grande capacità di comprensione ed adattamento, alla stregua della moltitudine di immagini che lo accompagna. Perché ciò accada, l’interpretazione e l’astrazione divengono la chiave per allenare la mente a formulare giudizi e soluzioni solo mediante un lungo processo di analisi e discernimento della realtà e Phula diviene, così, strumento propedeutico alla formazione di un pensiero che possa definirsi effettivamente critico.

Vuoi leggere Phula? Clicca qui

https://bagariedizioni.com/prodotto/phula-kit-libroshopperpalo-santo-aromatico/

Sirio Iasevoli testo, Eleonora Castagna e Michela Citro disegni

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Giuanin, dal dialogo allo spazio umano

La domanda circa la possibilità del dialogo umano, così come si presentava in Giuanin, fondata sulla distinzione tra due possibilità opposte, parimenti valide e tuttavia referenti di condizioni e scelte completamente diverse, non esaurisce ciò che il racconto ha da offrire. 

La narrazione, infatti, non si regge unicamente sul dialogo tra il narratore e l’affascinante figura di Giuanin; le condizioni del dialogo meritano altrettanta attenzione.

Perché l’arte? Perché tra le tante comunicazioni possibili, tra le tante possibilità di relazioni umane, Giuanin è affascinato proprio dall’arte? Qual’è, quindi, a questo punto, la relazione tra follia e arte?

Su cosa si regge il loro felice matrimonio?

L’arteterapia è una pratica antica, riconosciuta ufficialmente solo di recente e ancora sottoposta a pregiudizi e scetticismi. Le strutture specialistiche sono poche e spesso la possibilità di esprimere se stessi è garantita, agli emarginati, unicamente da laboratori indipendenti, che si organizzano autonomamente sul territorio.

Ciò che l’arte permette è la riconquista di uno spazio proprio, di uno spazio vivo. La reclusione cui sono condannate le persone che non accettano di piegarsi ai dettami della socialità organizzata, si era detto, non risolve affatto la loro condizione, né permette quella dialettica tra sé e l’altro che li renderebbe autonomi. Con la reclusione si elimina il problema nascondendolo.

La riconquista assume un ruolo fondamentale proprio in quanto permette di riappropriarsi della realtà dalla quale si fugge. Nella misura in cui lo spazio è, in condizioni normali, regolato da una fitta rete di divieti, rapporti di potere e funzioni significanti dipendenti dalla forma sociale, ogni individuo si vede obbligato alla decisione in relazione allo spazio. Non vi sono alternative alla scelta: vivere in uno spazio già regolamentato, secondo modalità personali, oppure essere esclusi, relegati ai margini della società, sbattuti in una cella di cui si smarriscono le chiavi.

L’arte si inserisce, a questo punto, in quanto punto di fuga: nella misura in cui l’arte permette di esprimere, tra le tante cose, anche e sopratutto la propria relazione con lo spazio, viene meno l’attrito tra spazio obiettivo e spazio soggettivo. 

Le tensioni che altrimenti dilaniano la persona, tra una dimensione oggettiva che non si sente come propria e se stessi, si realizzano dialetticamente con la produzione artistica, attraverso l’intreccio di linee e colori, la composizione di suoni o di forme a partire dalla materia. 

La pratica artistica, a prescindere dal gusto soggettivo, rientra nel socialmente tollerabile in virtù dell’universalità delle tensioni in essa espressa, che non sono proprie unicamente del folle, ma costituiscono l’individualità di ognuno. Essa permette una ulteriore mediazione tra sé e il mondo, permette all’emarginato di appropriarsi di un proprio spazio attraverso la sua rielaborazione estetica.

In tal modo Giuanin riesce ad aprire le porte di Collegno; in tal modo riesce a ritrovare l’umanità sottrattagli, e in tal modo questa possibilità diviene propria di ognuno.

Vuoi leggere Giuanin?

https://bagariedizioni.com/prodotto/giuanin-luomo-che-scappava-verso-se-stesso/

Sirio Iasevoli testo, Sgmn’fo disegni

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Documento Sud: chi ha portato l’avanguardia a Napoli

Copertina del primo numero della rassegna

Lontani dalla vecchia e smunta immagine del golfo abitato da miseri pulcinella scanzonati, Documento Sud fu una rivista d’avanguardia non solo per il valore artistico che possedeva, ma anche per il futuro che auspicava per Napoli. Cosa resta oggi della sua missione?

Scetateve guagliune ‘e malavita. Così il primo verso di una famosa canzone di Libero Bovio – taglia in due un omino dall’intestino foglifórme frutto della mente di Guido Biasi. Ci troviamo davanti al primo numero di DOCUMENTO SUD – RASSEGNA DI ARTE E DI CULTURA DI AVANGUARDIA, edita a Napoli dal 1959 al 1961. Non a caso sulla copertina figura un uomo solo, spoglio dei suoi abiti civili, ma visto ai raggi X, grazie ad una «esplorazione intima» che mostra la sua propria “natura”: è il giardino interno dell’uomo, la potenziale primavera artistica vincolata dai costumi sociali e dalla carne.

Il “Gruppo 58”

I nomi dietro questa pubblicazione furono tanti e di spessore: il direttore Luca (Luigi Castellano) e poi Bruno Di Bello, Guido Biasi, Lucio del Pezzo, Mario Persico, Sergio Fergola, Mario Colucci. Membri del Gruppo 58, prosecutori del movimento nucleare fondato dal milanese Enrico Baj, avevano per corrispondenti Jacques Lacomblez da Bruxelles – direttore della rivista Edda – ed Edouard Jaguer da Parigi, promotore del movimento Phases. Il 5 giugno del ’58 sulla rivista Il Gesto – diretta da Baj fin dal 1955 – il Gruppo pubblica il suo Manifesto.

Per un’infanzia dell’arte

Il Gruppo 58 dichiara la fondazione di una nuova arte figurativa libera dall’allora preponderante tendenza metafisica, ma piuttosto di discendenza dadaista e surrealista. Auspica la nascita di una pittura antropologica, che cerca nell’uomo le sue primitive pulsioni vitali – seppellite sotto cumuli millenari di elucubrazioni intellettuali – e di una poesia attenta al presente e ai temi civili, contro quella letteratura intimistica e psicanalitica ripiegata su sé stessa di cui un pubblico necrofilo continuava a nutrirsi.

Che fine ha fatto il dibattito culturale?

Durante la mostra Gruppo58 + Baj alla galleria San Carlo viene steso le Manifeste de Naples contro il perdurare dell’astrattismo, sottoscritto – tra i tanti – da Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Emilio Villa e Stelio Maria Martini. Che ci troviamo negli anni ’60 lo capiamo bene non solo dai grandi nomi, ma anche dai toni. Oggi il dibattito culturale – se ce n’è uno – si spegne lentamente nelle assopite aule universitarie, si scontra con la mollezza degli spiriti critici di artisti e studiosi. Persiste e cresce sotto i nostri occhi ogni giorno di più, quello che definivano un «sistema critico-mercantile». Documento Sud adotta un linguaggio futurista, schietto e ironico. Valga da esempio la rubrica Invettive, in cui nel primo numero, l’architettura coeva viene definita «un aggregato di ipocrite scatole con presunzioni igienico-sociali».

Ogni finale è un nuovo inizio

Il sesto e ultimo numero si apre con una nuova chiamata alle armi. Il nemico additato è l’atarassia che lega la forza creativa nascosta tra le mani di Napoli che «con la vostra incorreggibile miopia, con la vostra incapacità di sperare e – ancor di più – con la vostra incapacità di disperare» resta un potenziale inespresso. Con questo numero, nel ’61, Documento Sud chiude i battenti. Nel 1963 si parte con Linea Sud, in cui un ruolo fondamentale avranno Castellano, Persico e Martini ma questo è un sequel della storia che non vogliamo svelarvi per intero. In ogni caso Documento Sud fu la prima rivista di avanguardia poetica e artistica del Mezzogiorno. Prima del 1959 – a Napoli – nessun editore, letterato, gallerista o filantropo aveva permesso ad artisti emergenti di dialogare con i fautori dei movimenti di spicco d’oltralpe.

Scetateve!

La commistione di elementi verbali e visuali è la cifra più interessante. Bagarì condivide la promessa civica del primo editoriale: il Gruppo 58 si impegna «affinché attraverso il nostro lavoro si possa trovare una qualche luce anche per il nostro SUD». Non è un semplice invito alla lettura, ma un fomentato invito alla rivolta. Con Avanguardia Poetica Mediterranea, Bagarì persegue quella stessa luce. Rispondere alle urgenze del proprio tempo è la missione. Il mezzo? L’arte e la poesia d’avanguardia. È una strada tutta in salita. Lo era per il Gruppo 58 e lo è ancora oggi. Ma per fortuna è ancora percorsa da qualcuno.

Emanuela Graziano

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“ADESSO A ROMA PIOVE”: DALLA TRANQUILLA CITTADINA DI POLA AL CAOS DELLA METROPOLI

Una scena del romanzo illustrata da Alberto Cosenza

Quanto è difficile, per chiunque di noi, passare dalla tranquilla cittadina di periferia alla caotica, nonché piena di possibilità, città metropolitana? Essere catapultati in un contesto estremamente diverso da una quotidianità molto più tranquilla, caratterizzata da dinamiche profondamente differenti. Affrontare una situazione del genere è una problematica comune a moltissime persone e quanto mai attuale. Le differenze sostanziali tra l’animo del cittadino di una metropoli, come ad esempio Roma, e quello del forestiero che, da turista o migrante, decide di confrontarsi con questo nuovo contesto sono delineate da Sergio Sozi nel romanzo “Adesso a Roma piove” (Bagarì Edizioni, 2019). Tutte le sensazioni, percezioni ed emozioni legate a tali situazioni sono meticolosamente descritte all’inizio di questo avvincente romanzo attraverso la voce di Branimir Militović, il protagonista e narratore di “Adesso a Roma piove”. Dunque è quest’ultimo, detto anche Branko, a rappresentare lo stereotipo della persona che, anche se inizialmente da turista, deve confrontarsi con il fascino e il caos di una grande città come Roma.

“Adesso a Roma piove” inizia con un classico incontro tra un uomo, lo stesso Branko, ed una donna, Neda. Un incontro, questo, che li fa passare rapidamente dal prendere un caffè nella tranquilla cittadina di Pola, in Croazia, ad intraprendere insieme un viaggio nella Città Eterna. Solitamente, un turista qualsiasi non fa altro che esprimere sgomento di fronte al fascino imponente di Roma e della sua storia, tuttavia Sergio Sozi, attraverso la voce di Branko, ci presenta un’analisi della città assolutamente insolita e tutt’altro che banale. Lo svago della grande città è presentato dal narratore come qualcosa di estremamente differente dal “divertimento istriano”, volto essenzialmente all’armonia ed alla familiarità, in altre parole finalizzato alla creazione di legami forti e duraturi. La metropoli è diversa; in città come Roma tutto corre, la distanza fra gli individui si dilata inesorabilmente con il passare del tempo. Ed ecco che, in “Adesso a Roma piove”, il divertimento italiano viene presentato come esibizionistico, consumistico e soprattutto consumante, in altre parole fine a se stesso.

Tuttavia, nonostante l’estrema importanza della questione, non è questa la scintilla che infiamma il romanzo di Sozi. Le meticolose ed affascinanti descrizioni delle variegate località romane, delle sensazioni di Branko e del crescente rapporto tra quest’ultimo e Neda distraggono il lettore da un eventuale colpo di scena che, tuttavia, è lì, dietro l’angolo. La situazione è una delle più tranquille che si possa immaginare. I due turisti, in compagnia di Helios, enigmatica figura che incontrano durante questa vacanza a Roma, si trovano su una spiaggia, al chiaro di luna ed ecco arrivare, come un fulmine al ciel sereno il colpo di scena, qualcosa che rivoluzionerà totalmente quella che sembrava essere una vacanza come le altre, un semplice divagare in una grande metropoli come Roma, per poi tornare alla tranquilla quotidianità istriana a cui il protagonista sembra tanto affezionato. Da questo momento in poi, infatti, “Adesso a Roma piove” diventa il racconto di come la vita di Branko e Neda cambierà profondamente, senza alcuna possibilità di poter tornare indietro.

La storia prosegue. Emozioni, impressioni e le profonde considerazioni del protagonista e della sua compagna non restano mai in secondo piano. In più le profonde differenze culturali tra i due forestieri e l’ambiente romano, quello di fine anni ‘90, in cui sono catapultati pervadono ogni pagina del libro. In ogni caso, il mistero che cambia in maniera decisiva la vita di Neda e Branko non fa altro che infittirsi, creando intorno a sé un alone di interrogativi e suspense che accompagneranno il lettore fino all’ultima pagina di “Adesso a Roma piove”.